SALOME'

da Oscar Wilde - Regia Massimiliano Bolcioni

Teatro delle Forchette

Nel 1992 Massimiliano Bolcioni portò in scena “ Salomè “ di Oscar Wilde come spettacolo di fine corso dell’allora Sezione Teatrale del Meeting Centro D’Arte di Forlì.

La versione che vide la luce divenne problematica già all’interno del gruppo a causa di alcuni interpreti secondari imposti che trovarono da ridire sui costumi della parte “ antica “ giudicati “ troppo trasparenti”, nonché polemiche sull’affidamento di ruoli principali, per finta umiltà da loro rifiutati pubblicamente ma pretenziosamente bramati tramite occulte proteste presso la Segreteria Generale. Altre fantasmiche presenze lamentarono la scelta di un testo troppo scabroso che avrebbe  potuto scandalizzare l’opinione pubblica, confermando a tutt’oggi che Wilde nonostante un paio di secoli e un millennio oramai trascorsi spaventa ancora chi evidentemente continua a ragionare come la Regina Vittoria. Onde evitare ulteriori problemi, la Produzione consigliò caldamente alla regia di mantenersi su toni contenuti, indignando stavolta la maggior parte degli interpreti principali già da tempo consapevoli dei reali valori e concetti del Teatro. Come sempre, nonostante tutto, seguendo il proprio istinto e ideali Bolcioni riuscì ad ingannare i sopravvissuti Vittoriani portando in scena una versione apparentemente edulcorata, meno esplicita ma sottintesa, e soprattutto coprendo con ulteriori metrature di tessuto le pudibonde ma oramai vizze fanciulle protestatrici finalmente felici di sembrare in scena delle mongolfiere di tulle. Ma anche se le trasparenze di costume l’eros ed il sangue scolorirono, Bolcioni non intese rinunciare alle connotazioni classiche di riferimento presenti nel testo, cogliendo appartenenze d’essenza con gli eroi Shakespeareani cui indubbiamente Wilde stesso fa riferimento.”Come non notare,” dice tutt’ora Bolcioni, “le somiglianze tra Erodiade e Lady MacBeth? La situazione di Erode che uccide il fratello sposandone così la moglie trasformando se stesso in Claudio, Erodiade in Gertrude e quindi Salomè in Amleto? In questo caso un Amleto che non grida la sua rabbia ma che scopre la propria voce interiore esplicata selvaggiamente da un doppio emozionale quale Jokanaan…

La tessitura drammatica basilare del testo di Wilde è letteralmente costruita, nonostante il linguaggio completamente diverso, su temi cari a Schakespeare e non come potrebbe apparire, su un antico dramma biblico che in realtà Wilde inventa quasi completamente. Basti pensare al fatto che nelle Antiche Scritture il nome di Salomè non appare neppure, se non in una riga dove parlando della Moglie di Erode si cita esclusivamente “…e la giovane figlia di lei.” Appoggiandosi su un “ classico “ come le Sacre Scritture, rimaneggiando temi eterni già abbondantemente trattati da Schakespeare e aggiungendovi il proprio genio ed estro creativo, Wilde trasforma Salomè in un classico senza tempo, apparentemente perduto dietro un paravento di estetismo quasi esagerato ma che gli procura comunque il fatto di vederne proibita la messa in scena.” Ed è proprio per manifestare tutto questo che Bolcioni, nel 1992, osa quello che pochissimi altri, probabilmente in ere come gli anni 60’ dove la sperimentazione esisteva davvero, avevano tentato prima di lui; divide la scena in due dimensioni temporali parallele e duplica i personaggi principali del testo correndo il rischio che almeno inizialmente il pubblico possa trovarsi confuso del fatto di vedere due Erodi, due Erodiadi, addirittura quattro Salomè e un Giovane Siriaco antico di duemila anni dialogare con un Lavapiatti contemporaneo attraverso il tempo divenuto oramai un eterno sospeso. Viviseziona il testo e attraverso la sua teoria di Medianicità dell’ Interprete tenta di carpire le ansie segrete di Wilde nascoste tra le singole parole della sua opera. Usa come spesso ama fare, il Mito Moderno che lui reputa oramai indissolubilmente legato alla figura di Marilyn Monroe portandone in scena due versioni portatrici di fascino e morte, che riusciranno a squarciare l’animo di Jokanaan, novello Amleto che per protesta contro il mondo e le sue violenze mette in scena la sua, di morte, anziché quella del padre, e trafigge se stesso attraverso la propria immagine allo specchio, trasfigurata, ucciso da folle passione per quella che diviene la sua identità reale e profonda mai voluta, o accettata, ma da sempre dalla propria voce maledetta. Dopo questo debutto, e non solo in Regione, durante i dodici anni trascorsi il fatto di duplicare o triplicare i personaggi in scena rendendo così visibili le sue componenti interiori è divenuto per molti registi una sorta di abitudine, così come quello di dividere la scena in due specularità della stessa. Nel 2004, la Salomè di Bolcioni torna, ma lui non la considera una ripresa della vecchia versione, bensì un inedito totale, perché finalmente la Produzione attuale si preoccupa di dare al suo pubblico valori artistici reali dei quali discutere, da accettare o rifiutare purché sia ma sempre in piena autonomia e libertà di giudizio da parte soprattutto del pubblico stesso. Quindi, la scena è ancora non solo divisa in due, ma contenuta una nell’altra divisa e unita al contempo dai millenni, il doppio fantasma della Monroe si aggirerà nuovamente all’esterno del palazzo di Erode e nel retro di un locale notturno odierno, ma la rilettura registica del testo risulta stavolta integrale, aggiuntiva inoltre per regia e messa in scena, dell’ esperienza che dodici anni di mestiere in più hanno apportato a Massimiliano Bolcioni. La violenza gratuita il sesso narcotizzato e le morti inique, intrinseche componenti del profondo Umano, stavolta sono presenti, trasformando il tutto in un gioco di finzione scenica estrema dove i personaggi vengono “uccisi” solo per il motivo che non hanno più battute, tesi alla ricerca di un “ Vero “ inconcepibile, stravolto dalle parole di Wilde “ Non bisogna guardare che all’amore, perché il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte…” Tutti argomenti dei quali ci parla Jokanaan il Profeta Wildiano nelle sue profezie di duemila anni fa, avveratesi oggi a tarda notte nei parcheggi di locali pubblici, o in vicoli sordidi sul retro di discoteche dopo che alcool pasticche di extasy o tirate di cocaina hanno cercato di sconfiggere la Morte. O la Vita.

Però, i veli e le trasparenze mitigati o meno, stavolta non ci sono.

Non ce n’è più bisogno.   

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